Aprile

 

Aprile mette uno spirito di gioventù in ogni cosa.
(William Shakespeare)

 

Caratteristiche

Con il mese di Aprile, la Primavera entra nel pieno del suo splendore. L’abbiamo inaugurato spostando un’ora in avanti le lancette dell’orologio: grazie all’ora legale, vivremo serate sempre più lunghe e inondate di luce. Anche se la Primavera, in questi giorni, fatica ad arrivare, la sua magia aleggia nell’aria. Gli alberi sono in fiore, i prati si riempiono di margherite; la natura ha già iniziato il suo percorso di rinascita, e quando il clima sarà più mite, le attività all’aria aperta torneranno a donarci tutto il relax e l’entusiasmo necessari per ricominciare a vivere proiettati verso l’esterno, in senso stretto e figurato. Perchè la Primavera ci invita ad aprirci, a intrecciare relazioni, a ripristinare la connessione con il mondo…ad abbracciare il cambiamento.

Storia

Nel Calendario Gregoriano, Aprile è il quarto mese dell’anno. E’ composto di 30 giorni e il suo nome proviene dalla lingua dei misteriosi Etruschi: “Apro” derivava da Afrodite, la dea greca dell’amore, della bellezza e della fecondità; a lei veniva dedicato il mese del ritrovato splendore della natura. Un’altra interpretazione colloca nel latino “aperire”, ossia “aprire”, le radici del nome Aprile. Il verbo si sarebbe riferito al periodo in cui sbocciano (si “aprono”) i fiori. Per il Calendario Romano, che iniziava a Marzo, Aprile era il secondo mese dell’anno. Nell’antica Roma, in questo mese abbondavano le feste e i rituali che inneggiavano alla fertilità della natura.

Segni zodiacali

Fino al 20 Aprile siamo sotto il segno dell’Ariete, il 21 il Sole entra nel segno del Toro.

Ricorrenze

ll primo giorno del mese è dedicato al “pesce d’Aprile”, perciò viene trascorso all’insegna di scherzi e burle. Il 20 di quest’anno verrà festeggiata la Santa Pasqua, mentre il 21 ricorrerà la festività del lunedì dell’Angelo, che commemora il giorno in cui l’Angelo si manifestò alle donne in visita al sepolcro di Gesù.

Colore

Il mese di Aprile viene quasi unanimemente identificato con il color lilla, una nuance romantica e sognante. Un gran numero di fiori primaverili vanta petali di questa tonalità: il lillà, ma anche il glicine, l’ortensia, la pervinca, la passiflora, l’iris…Il lilla profonde attorno a sè un alone di magia, è la sfumatura fatata che ci addentra nel cuore della Primavera.

Pietra Preziosa

Un mese così ricco di bellezza non poteva che essere rappresentato dalla pietra preziosa per eccellenza: il diamante. Il suo nome deriva da “adamas”, “indistruttibile” in greco antico, e non è un caso, dato che viene considerato la pietra più dura del mondo. Contraddistinto da uno splendore abbagliante, il diamante simbolizza una forza indomita paragonata, non di rado, all’amore eterno. Questa pietra è indissolubilmente legata a un celebre slogan della De Beers, “un diamante è per sempre”, e all’iconica apparizione di Marilyn Monroe nel film “Gli uomini preferiscono le bionde” (1953) di Howard Hawks, dove canta il brano cult “Diamonds are a girl’s best friends”.

 

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Il luogo: volare a Keukenhof, nei Paesi Bassi, per il Festival dei Tulipani

 

In ogni piana ove è un giardino di tulipani,
quei tulipani sbocciano dal sangue di un re
(Omar Khayyam)

 

Dove ammirare appieno le rigogliose fioriture della Primavera? Nei Paesi Bassi, per esempio. Fino all’11 Maggio, nel meraviglioso parco botanico di Keukenhof, potrete assistere all’edizione 2025 del Festival dei Tulipani: il Parco si trova nei paraggi di Lisse, una cittadina a sud di Amsterdam dalla quale dista 35 chilometri. Keukenhof, il più grande giardino di fiori a bulbo a livello mondiale, è una meta molto nota agli appassionati di botanica, ma anche ai semplici turisti. Sulla sua superficie di ben 32 ettari, sette milioni di bulbi fanno bella mostra di sè; tra questi, quattro milioni e mezzo sono tulipani, i fiori della cultura nederlandese. I loro colori sono straordinari: il rosso, il viola, il giallo, il rosa, il lilla, il fucsia, il bianco e l’arancio si alternano e mescolano tra loro formando un’incredibile tavolozza cromatica. Accanto ai tulipani spiccano i muscari, i narcisi, i giacinti. I 2500 alberi presenti nel Parco si suddividono in 87 differenti specie, mentre i tulipani esibiscono nientemeno che 100 varietà. Il Parco di Keukenhof, oltre a evidenziare una spettacolare scenografia dove ogni fiore è stato posizionato cura, viene arricchito da elementi caratteristici come un mulino a vento, un lago e svariati canali e fontane zampillanti. E poi, naturalmente, ci sono i padiglioni didattici: il Willem-Alexander è dedicato ai tulipani, gli altri a determinate specie floreali; nel Padiglione Beatrix, per esempio, è presente un’estesa e magnifica collezione di orchidee. In ordine sparso, inoltre, nel Parco sono collocate molteplici sculture e installazioni.

 

 

La nascita del Parco di Keukenhof

Era il 1949 quando il sindaco di Lisse, insieme a un gruppo di perspicaci agricoltori, pensò di organizzare una mostra completamente incentrata sui fiori. Venne allestita “open air”, e riscosse un successo tale da essere ripetuta ogni anno. Le origini del Parco affondano nel 1400, quando era di proprietà della contessa Jacoba Van Beierené. Al suo interno sorgeva il castello di Teylingen, appartenente alla contessa, e la natura era selvaggia e incontaminata. Il territorio veniva sfruttato essenzialmente per soddisfare i bisogni culinari degli abitanti del castello: la riserva di caccia e la grande quantità di erbe aromatiche rifornivano le sue ampie cucine; da qui il nome del Parco, Keukenhof, che in nederlandese ha il significato di “corte della cucina”. L’aspetto del Parco prese le sembianze di quello odierno solo nel 1800, secolo in cui una coppia di facoltosi commercianti di sangue blu, il barone e la baronessa Van Pallandt, tramutarono la tenuta in un maestoso giardino in stile inglese grazie all’opera degli architetti Jan David e Louis Paul Zocher, che “firmarono” anche il verdeggiante Vondelpark di Amsterdam.

 

 

Arriviamo dunque al 1949, anno in cui il sindaco di Lisse e gli agricoltori organizzarono proprio a Keukenhof la grande esposizione di specie floreali tipiche dei Paesi Bassi. L’anno dopo, quando la kermesse fu aperta al pubblico, attirò oltre 200.000 visitatori. Da allora, il cosiddetto Festival dei Tulipani è un appuntamento fisso per migliaia di avventori provenienti da tutto il mondo.

 

 

Il Festival dei Tulipani

Se pensiamo ai tulipani, ci vengono immediatamente in mente i Paesi Bassi. Lì l’arrivo della Primavera coincide con la fioritura del fiore-simbolo del paese: il Parco di Keukenhof è, senza alcun dubbio, il luogo in cui ammirare i tulipani al meglio. Le coloratissime distese di fiori del Parco, le sue fontane, il suggestivo mulino a vento lo rendono una delle più celebri attrazioni nederlandesi. Quest’anno il Festival è iniziato il 20 Marzo e, come vi ho già detto, proseguirà fino all’11 Maggio. La kermesse prevede una serie di eventi collaterali, tra cui una partecipatissima sfilata floreale. In questo periodo, visitare Keukenhof, Amsterdam e gli sconfinati campi di tulipani significa godere a 360 gradi delle meraviglie della Primavera: non dimentichiamo, infatti, che anche Amsterdam “fiorisce” grazie al bulbo nazionale, e i tulipani impreziosiscono molti angoli di strada oltre che le rive dei suoi canali.

 

 

Se state programmando un viaggio per le vacanze pasquali, non potreste pensare a una soluzione migliore: chi ci è già stato, consiglia di visitare Keukenhof dalla seconda metà di Aprile in poi, perchè è il periodo in cui raggiunge il massimo dello splendore. L’importante, dati i molti turisti che decidono di ammirare il Parco, è procurarsi i biglietti con un certo anticipo; per il resto, se vi trovate ad Amsterdam, raggiungerlo è facilissimo: basta salire su un autobus che collega la capitale dei Paesi Bassi a Keukenhof in 25 minuti. Il Parco è aperto ogni giorno dalle 8.00 alle 19.30, con orario continuato. E considerando che dal 30 Marzo tornerà l’ora legale, avremo anche l’opportunità di contemplare il sontuoso giardino floreale dei Paesi Bassi sempre alla luce del giorno.

 

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Le maschere del Carnevale veneziano nel corso dei secoli: tra sfarzo, giocosità e proibizioni

 

Lucius Rossi (1846-1913), “Il ballo in maschera”, Ca’ Rezzonico, Venezia. Olio su tela

Non è la prima volta che parliamo del Carnevale di Venezia, ma in questo articolo approfondiremo ulteriormente un argomento apparso spesso su MyVALIUM, quello delle maschere. Stavolta cambieremo prospettiva: lo affronteremo dal punto di vista sociale. Il 1700, come abbiamo già visto, rappresentò l’epoca di massimo fulgore del Carnevale veneziano. Nella Serenissima si festeggiava per ben sei mesi: il Carnevale iniziava a Santo Stefano e terminava solo quando scoccava la mezzanotte di Martedì Grasso. In un tripudio di spettacoli, fuochi pirotecnici, balli, canti, rappresentazioni teatrali, maschere ed esibizioni di artisti di strada, Venezia diventava la capitale non solo italiana, bensì europea, del divertimento sfarzoso. Fu allora che si impose la celebre maschera della baùta, che conquistò anche Giacomo Casanova. I giovani artistocratici veneziani non stavano a guardare, e adunatisi in compagnie dette “Compagnie della Calza” per le calze elaborate, coloratissime e fantasiose che indossavano, cominciarono ad occuparsi dell’ ideazione e della realizzazione degli spettacoli e degli svaghi carnascialeschi. I nomi che le varie compagnie si diedero erano estrosi come chi ne faceva parte: Ortolani, Zardinieri, Uniti, Floridi, Concordi, Sempiterni…Tra la fine del XV e la metà del XVI secolo, a Venezia si contavano 23 compagnie. Nei 16 teatri veneziani (un numero incredibile, per quell’epoca) gli spettacoli abbondavano e attiravano spettatori da tutta Europa.

 

Carl Ludwig Friedrich Becker (1820-1900), “Carnevale a Venezia”, olio su tela

Indossare una maschera, tuttavia, non costituiva meramente un atto giocoso: era il 1094 quando il Doge Vitale Faliero firmò un decreto dove denunciava il proliferare degli eventi criminosi favoriti dall’uso delle maschere e dei travestimenti carnevaleschi. Tutto ciò va ricondotto al lunghissimo periodo in cui, a Venezia, si svolgeva il Carnevale. La maschera  (solennità religiose a parte), si poteva indossare ininterrottamente, da Santo Stefano fino alla notte di Martedì Grasso. Ma non solo. Ne era permesso l’utilizzo anche durante le festività dell’Ascensione di Gesù, che duravano 15 giorni. Se tutto andava bene, insomma, non si toglieva se non alla metà di Giugno. Con l’inizio dell’Autunno, ci si poteva rimettere tranquillamente in maschera dal 5 Ottobre fino alla Novena di Natale.

 

La baùta (a destra nella foto)

E non finiva qui. Indossare una maschera, la baùta in particolare, era concesso in tutte le serate di gala o durante le feste istituite dalla Serenissima Repubblica di Venezia. La baùta poteva celare molti volti: per esempio, i frequentatori abituali del Casinò (che non di rado erano rincorsi dai creditori) e i barnaboti, ovvero i nobili indigenti, ne facevano regolarmente uso. Ma l’insofferenza nei confronti delle maschere, di tanto in tanto, riesplodeva fragorosamente. Ricordate l’usanza degli “ovi odoriferi”? (rileggetela qui) Ebbene, nel 1268 venne vietata a tutti gli individui di sesso maschile che indossavano una maschera. A partire dal 1300 le proibizioni si intensificarono. Il 22 Febbraio del 1339, nel pieno del Carnevale, un decreto impedì a tutti i “mascherati” di uscire nottetempo.

 

Pietro Longhi (1701-1785), “La venditrice di essenze”, 1756 ca., Ca’ Rezzonico

Nel 1458, precisamente il 24 Gennaio, apparve un decreto ancora più eclatante: pene severe erano previste per tutti quegli uomini che, in abiti femminili, solevano penetrare nei conventi con il fine di sedurre le suore. Sulla falsariga di questo editto ne vennero emanati molti altri. Dal 3 Febbraio 1603 in poi, ad esempio, fu vietato di recarsi in maschera nei parlatori dei monasteri. Molto spesso, in definitiva, la maschera era utilizzata a scopi illeciti, immorali o truffaldini. Era stato anche proibito, non a caso,  che le maschere nascondessero nel loro travestimento oggetti contundenti o armi di qualsiasi tipo. Grazie ad ulteriori decreti, chiunque indossasse una maschera non poteva più entrare in chiesa.

 

Ritratto di donna in moretta, una celebre maschera veneziana

Tutto precipitò nel 1608. Il 13 Agosto di quell’anno, infatti, il Consiglio dei Dieci decretò che la maschera veniva utilizzata per troppo tempo nell’arco dell’anno, provocando gravi conseguenze per il quieto vivere e la convivenza sociale: il suo uso fu quindi relegato al Carnevale e alle ricorrenze ufficiali. Chi trasgrediva veniva rinchiuso in prigione per due anni, era condannato a remare per ben 18 mesi (e con i piedi legati) in una nave da guerra o da commercio detta galera, ed era tenuto a pagare una multa che ammontava a 500 lire, un’enormità, al Consiglio dei Dieci. Dell’anonimità che garantisce la maschera, nel corso dei secoli, erano solite approfittare anche le prostitute. Il Consiglio dei Dieci stabilì che le prostitute in maschera dovessero essere fustigate per tutto il tragitto che da Piazza San Marco conduceva alla zona di Rialto, poi sarebbero state esposte al disprezzo generale tra le due colonne di San Marco. Ma non basta: per loro era previsto l’esilio dalla Serenissima per quattro anni e il pagamento di 500 lire ai dieci membri del Consiglio veneziano.

 

Kirchhoff: “Mad. Desargus und Melle. Galster In dem Pas de deux im Ballet„ Das Carneval von Venedig”, 1827, in Berliner Theater-Almanach auf das Jahr 1828, ein Neujahrs-Geschenk für Damen”

Intorno alla metà del 1600 vi fu un rafforzamento del decreto che vietava alle maschere di girare armate, di entrare nei luoghi di culto e di indossare l’abito talare come travestimento. L’utilizzo della maschera venne ridotto drasticamente tra il 1600 e il 1700. Nel 1718 fu proibito di mascherarsi anche in Quaresima. Ma dobbiamo attendere la fine della Serenissima per veder sparire le maschere pressochè definitivamente: con la dominazione austriaca, a Venezia venne vietato di indossare la maschera se non durante i balli e le feste dell’élite. Dal 1815, il Regno Lombardo-Veneto  ripristinò l’uso della maschera limitandolo esclusivamente al periodo del Carnevale. Ormai, però, i veneziani si sentivano stanchi e privati della propra libertà. Trascorsero molti anni prima che il Carnevale di Venezia poté ritrovare i suoi antichi fasti: lo fece nel 1978, grazie all’ex sindaco Mario Rigo.

 

Foto: dipinti e illustrazioni, Public Domain via Wikimedia Commons. Foto del Carnevale di Venezia contemporaneo via Pexels e Unsplash

 

Marzo

 

Marzo: mese di attesa.
Le cose che ignoriamo
Sono in cammino.
(Emily Dickinson)

 

Caratteristiche

Oggi diamo il benvenuto a Marzo, il mese che segna la fine dellInverno. La bella stagione, quest’anno, entrerà ufficialmente il 20 Marzo, data dell’Equinozio di Primavera. Il mese di Marzo ha 31 giorni e il Calendario Gregoriano lo posiziona al terzo posto tra i dodici mesi dell’anno. Il tempo è incerto, a volte propende più verso l’Inverno, altre verso la Primavera. Il clima si fa mite, cominciano le prime fioriture: sbocciano le margherite, le camelie, i gelsomini, le primule, il glicine, i narcisi e le viole. I rami degli alberi, non più nudi e scheletrici, iniziano a riempirsi di gemme; dapprima si schiudono quelle del mandorlo; lo seguono a ruota il ciliegio, il pesco, l’albicocco, la magnolia e la mimosa. La natura si risveglia tingendosi, a poco a poco, di una tavolozza di colori.

Storia

Marzo, nel Calendario Romano, era il primo mese dell’anno. Il suo nome proviene da Martius, Marte in latino: era proprio il dio della guerra, nell’antica Roma, ad essere associato al periodo della rinascita della natura. Ciò avveniva in quanto a Marzo, per i romani, iniziava la stagione della guerra.

Segni zodiacali

Fino al 20 Marzo il Sole è nel segno dei Pesci, poi entra nell’Ariete.

Ricorrenze

L’8 Marzo si festeggia la Giornata Internazionale della Donna; il 19, in concomitanza con la solennità di San Giuseppe Lavoratore, è la Festa del Papà. Il 20 Marzo, precisamente alle 10.01, l’Equinozio di Primavera sancirà l’arrivo della bella stagione.

Colore

Alcuni lo associano al giallo per via della mimosa, il fiore ufficiale dell’8 Marzo, altri al verde, che rimanda a quello dei prati in fiore.

Pietra Preziosa

La gemma di Marzo è l’acquamarina, un berillo di un azzurro sognante e onirico che ricorda le profondità del mare: anticamente, i marinai reputavano l’acquamarina di buon auspicio sostenendo che era in grado di placare le onde del mare in burrasca. Era considerata, dunque, una pietra preziosa dai poteri magici e dall’immenso valore.

 

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Gennaio

 

“Il primo giorno di gennaio porta sempre alla mia mente una serie di riflessioni molto solenni e importanti e una domanda più facile a farsi che a rispondergli: come sono migliorato l’anno passato e con quali buone intenzioni vedo l’alba del prossimo?”
(Charlotte Brontë)

 

Caratteristiche

Gennaio, nel Calendario Gregoriano, sancisce l’inizio del nuovo anno: potremmo definirlo il mese delle buone intenzioni e dei buoni propositi. E’ anche il secondo mese dell’Inverno, il che delinea le sue caratteristiche climatiche e le sue atmosfere. A Gennaio il freddo, la neve e il gelo regnano sovrani (o almeno lo facevano fino a qualche anno fa, prima dei mutamenti del clima terrestre), le giornate cominciano a diventare più lunghe. Il bianco, alternato al grigio, è il colore predominante. I lavori agricoli si arrestano completamente: le basse temperature e il maltempo impediscono qualsiasi tipo di attività. La natura rimane assopita, gli animali proseguono il loro letargo. Gli ultimi tre giorni del mese, i cosiddetti “giorni della merla”, vengono addirittura considerati i più freddi dell’anno. Eppure, anche Gennaio ha un suo potente fascino: è una promessa di luce, un mese di rinascita. Comincia con il giorno di Capodanno, proprio quando il nuovo ciclo annuale è ancora tutto davanti a noi.

Storia

I romani fecero derivare il suo nome, il latino Ianuarius, da Ianus, ovvero Giano, la divinità bifronte associata ai passaggi e al cambiamento: non è un caso che “ianua”, nell’antica Roma, significasse “porta”. Gennaio diventò il primo mese dell’anno grazie a Giulio Cesare, nel 46 a.C. Promulgando il Calendario Giuliano, infatti, il “dictator” di Roma fissò il Capodanno al primo Gennaio, non più a Marzo come stabiliva il Calendario Romano. Ma non fu sempre così: nel Medioevo, ad esempio, l’anno cominciava in una data diversa per ogni città. Fu solo nel 1582, con l’entrata in vigore del Calendario Gregoriano, che il primo Gennaio tornò a coincidere con il Capodanno; la riforma del calendario voluta da Papa Gregorio XIII estese questa usanza a tutti i paesi cattolici.

Segni zodiacali

Fino al 20 Gennaio siamo sotto il segno del Capricorno, a cui il 21 subentra l’Acquario.

Ricorrenze

Gennaio esordisce con le festività natalizie, includendo Capodanno (il primo giorno del mese) e l’Epifania (il 6): per la Chiesa d’Occidente, la ricorrenza legata all’Adorazione dei Magi e alla rivelazione di Gesù bambino ai cosiddetti Gentili (i pagani); per la Chiesa d’Oriente, la data in cui il Bambinello fu battezzato nel fiume Giordano e la commemorazione del miracolo delle nozze di Cana, il primo compiuto da Gesù.

Colore

Il colore di Gennaio è il grigio, collegato sia al ghiaccio che alla nebbia, anche metaforica: potrebbe rappresentare la nebulosità di un futuro ancora tutto da decifrare.

Pietra Preziosa

Gennaio si lega al granato (in latino “granatus”), una gemma simile, per colore e forma, ai semi della melagrana. Questa pietra, in realtà, è rintracciabile in svariati colori, ma il rosso è la sua tonalità classica e proviene dal Mozambico. Anticamente, in epoca medievale,  si pensava che il granato favorisse la guarigione dalle infiammazioni. Scintillante e luminoso, il granato simbolizza alla perfezione la luce che si associa ad ogni nuovo inizio.

 

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I mercatini natalizi: la loro storia e la photostory

 

I mercatini di Natale vantano una storia millenaria: la loro tradizione affonda le radici nientemeno che nel Medioevo. Risale al 1300, infatti, la comparsa dei primi mercatini natalizi nell’Europa centrale. I paesi in cui venivano allestiti erano l’Alsazia, l’Austria e la Germania; avevano luogo il 6 Dicembre, in occasione della festa di San Nicola, e anche il loro nome era intitolato al Santo: si trattava di fiere chiamate, appunto, “mercato di San Nicola” e organizzate annualmente. A Vienna spetta l’onore di aver ospitato il mercatino più antico. Si tenne nel 1296, quando il duca d’Austria Alberto I d’Asburgo in persona consentì alla popolazione di creare un mercatino natalizio vero e proprio a cui fu dato il nome di Krippenmarkt. Anni dopo anche Monaco di Baviera, Bautzen e Francoforte, prendendo spunto da Vienna, inaugurarono i loro mercatini di Natale: Monaco nel 1310, Bautzen nel 1384 e Francoforte nel 1383. Soltanto nel 1434, tuttavia, venne prodotta una testimonianza scritta che attestava l’esistenza di un mercatino natalizio. Il mercato in questione era lo Striezelmarkt di Dresda, dove venivano vendute la carne e le cibarie necessarie per il pranzo del 25 Dicembre: a tutt’oggi è considerato il più antico al mondo.

 

Il mercatino natalizio di Dresda oggi

Nel 1517, con la Riforma luterana che aboliva il culto dei Santi, la situazione mutò radicalmente. I paesi di lingua tedesca cominciarono ad allestire i mercatini natalizi in concomitanza con la festa della Natività tralasciando San Nicola; il loro nome, di conseguenza, divenne Christkindlmarkt, mercatino di Gesù Bambino. Nel XVI secolo sorsero nuovi mercatini di importanza storica. Ricordiamo, tra gli altri, quelli di Norimberga e di Strasburgo, che videro la luce rispettivamente nel 1530 e nel 1570. Ma nel resto d’Europa, questa tradizione vigeva o meno? Sì e no. Anticamente, ad esempio, sia in Spagna che in Italia venivano realizzati mercatini natalizi in occasione della festa di Santa Lucia. In Spagna, a Barcellona, il mercatino intitolato alla Santa fece la sua comparsa nel 1786, mentre in Italia il primo mercatino di Santa Lucia nacque a Bologna in un anno imprecisato del XVIII secolo. Nel nostro paese, in particolare, l’usanza dei mercatini natalizi si diffuse massicciamente solo a cavallo tra gli anni 80 e 90 del Novecento. Non mi resta che invitarvi ad esplorare la photostory che ho abbinato all’articolo. Magari, chissà, ritorneremo sull’argomento nei prossimi giorni, e approfitteremo dell’occasione per approfondire determinati aspetti di questo affascinante fenomeno.

 

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Dicembre

 

Caratteristiche

Arriva Dicembre, e possiamo finalmente dare il benvenuto al mese più magico dell’anno. Quest’anno inizia di domenica, in concomitanza con l’Avvento, raddoppiando il suo incanto: nelle città le luminarie scintillano, abbondano i mercatini, gli odori irresistibili della cannella e del vin brulè si insinuano ad ogni angolo di strada. Il meteo prevede neve, e molti di noi la attendono con impazienza. Il freddo intenso rende ancora più piacevoli i momenti trascorsi al tepore del focolare. Giorno dopo giorno, il calendario dell’Avvento ci regala una nuova sorpresa. Persino chi non ama l’Inverno è costretto a ricredersi, ogni volta che Dicembre fa il suo ingresso. Buio e luce, fuoco e gelo, tenebre (basti pensare ai miti di Krampus o della caccia selvaggia di Odino) e santità, incanto e bufera: il dodicesimo e ultimo mese dell’anno si snoda tra dualismi e antipodi, ma seduce come nessuno; anche perchè, la maggior parte delle volte, è il fiabesco scenario dei più bei ricordi della nostra infanzia.

Storia

Dicembre, dal latino decem ovvero “dieci”, per il Calendario Romano (che iniziava a Marzo) era il decimo mese dell’anno.

Segni zodiacali

Il mese del Natale si apre nel segno del Sagittario, che il 21 lascia il posto al Capricorno: il primo un segno di fuoco, il secondo di terra.

Ricorrenze

L’ultimo mese dell’anno ne è ricco. Quattro domeniche prima di Natale comincia l’Avvento, un periodo di raccoglimento spirituale che ci prepara alla venuta di Gesù. Il 4 ricorre Santa Barbara, la patrona dei Vigili del Fuoco, anche se non si tratta di una festa di precetto. L’8 si celebra la solennità dell’Immacolata Concezione, il 13 Santa Lucia, mentre il 21 Dicembre (nel 2024 cade in questa data), con il Solstizio d’Inverno, inizia ufficialmente la stagione fredda. Il 24 Dicembre è la Vigilia di Natale, il 25 si commemora la nascita di Gesù. Il 26 Dicembre viene celebrato Santo Stefano, primo martire di fede cristiana; il 31 Dicembre, San Silvestro, l’ultima notte dell’anno si festeggia con party scatenati, fiumi di champagne, balli e baldorie che spesso non terminano neppure all’alba.

Colore

Sono molteplici: alcuni identificano Dicembre con i colori del Natale, il rosso, l’oro e il verde; altri lo associano al bianco, come la neve; altri ancora lo ricollegano all’oro, una tonalità sontuosamente divina.

Pietra Preziosa

Dicembre non ne ha soltanto una, bensì tre, tutte rigorosamente nelle nuance del blu: la Tanzanite, il Turchese e lo Zircone.

 

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La fika: alla scoperta della pausa conviviale e rilassante adorata dagli svedesi

 

Cos’è la fika? In Svezia, questo termine indica una pausa conviviale e rilassante che si effettua come minimo due volte nella stessa giornata. Per gli svedesi, la fika è irrinunciabile ed è parte integrante della quotidianità: più che uno stile di vita, è ormai un’istituzione. Durante la fika, che generalmente ha inizio intorno alle dieci del mattino e alle tre del pomeriggio, ci si incontra con gli amici (o con i colleghi di lavoro) e si beve un caffè accompagnandolo ai più tipici, oltre che golosi, dolci svedesi. E poi si chiacchiera, si ride, ci si confronta…la fika è un break rigosamente all’insegna del relax, potremmo definirla un rito sociale. Dove ci si riunisce? A casa, in caffetteria, in un bar…ovunque sia possibile sorseggiare un buon caffè, bevanda-simbolo di questo break. La valenza della fika, tuttavia, va ben oltre l’identificazione con una pausa caffè. E’ il tempo che viene dedicato alla socialità, a se stessi, dimenticando per un attimo le incombenze giornaliere. Nulla vieta di effettuarla anche da soli, all’occorrenza: sono momenti che si assaporano, di solito, tuffandosi tra le pagine di un libro. L’importanza della fika è talmente rilevante che in molti luoghi di lavoro viene considerata un appuntamento fisso e imprescindibile. I dipendenti possono usufruire del break, organizzato sia di mattina che pomeriggio, per poi tornare a svolgere le proprie mansioni con rinnovata energia.

 

 

La storia

Il caffè, nelle origini della fika, riveste un ruolo decisivo. In Svezia, questa bevanda venne proibita più volte: rimane celebre l’editto promulgato dal re Gustavo III, che sancì il divieto di bere caffè dal 1794 al 1820. Il consumo clandestino di caffè, tuttavia, proseguì. Il termine fika deriverebbe da uno slang che si impose nell’Ottocento: colloquialmente, invertire le sillabe dei sostantivi era molto cool. E “kaffi” era precisamente il vocabolo con cui, a quell’epoca, gli svedesi designavano il caffè. Invertendo le sillabe si otteneva fika, un nome che ha attraversato i secoli per giungere fino a noi. All’inizio, al caffè si accompagnavano sette diversi tipi di biscotti preparati artigianalmente; intorno al 1940 venne pubblicato un libro di ricette, “Sju Sorters Kakor”, che in Svezia riscosse un enorme successo; era incentrato proprio sui biscotti destinati alla fika. Anticamente, la bontà dei biscotti era la priorità. Si realizzavano in famiglia e si offrivano agli ospiti, che ne avrebbero apprezzato la delizia. Con il passar del tempo, la fika andò tramutandosi in un rito prettamente associato alla socialità.

 

 

Bevande e dolci della fika

Durante la fika si beve solo caffè? La risposta è no. Oggi esistono molte alternative: le più comuni sono il , il latte o la cioccolata calda. Per quanto riguarda il caffè, in Svezia si prepara versando acqua calda sul caffè macinato e si serve ben caldo dopo averlo filtrato. La fika viene effettuata con calma, seduti comodamente attorno a un tavolo o a un tavolino; non c’è bisogno di dire che la fretta sia bandita, così come il consumo al banco del bar. Il dolce che tradizionalmente si accompagna al caffè, o alla bevanda scelta, è il kanelbulle, una prelibata girella alla cannella le cui origini risalgono a circa un secolo orsono. Ma non ci sono solo i kanelbullar: il termine fikabröd (“pane per la fika”) sta ad indicare tutta la varietà di dolci, siano essi torte, biscotti o dolcetti (su VALIUM troverete un approfondimento a breve), degustati nel corso di questa pausa rigenerante. Tra essi, figurano preparazioni tipicamente svedesi come la kladdkaka, considerato il dessert della fika per antonomasia. La kladdkaka è una torta al cioccolato (che può essere fondente, bianco oppure al latte) soffice e pastosa, solitamente guarnita con frutti di bosco. Accanto ad essa abbiamo altre delizie locali: ad esempio la prinsesstårta, pan di Spagna con crema alla vaniglia ricoperto di marzapane, ma anche il kringel, un dolce al burro simile al brezel, e poi la morotskaka, una torta che combina le carote con le mandorle e le spezie, oppure ancora i chockladbollar, dolcetti sferici a base di cocco e cioccolato. Ce n’è abbastanza, credo, per far scoccare un amore a prima vista tra noi e l’incantevole break svedese che risponde al nome di fika.

 

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Novembre

 

L’anno è prossimo alla fine. Ottobre è il suo cielo al tramonto, novembre il tardo crepuscolo.

(Henry David Thoreau)

 

Caratteristiche

Novembre è il mese delle brume, dei primi freddi, della notte che arriva sempre più presto. I colori straordinari del foliage hanno lasciato il posto al nero dei rami scheletrici. L’Autunno è in dirittura di arrivo, pronto a dissolversi tra poco più di un mese. Composto da trenta giorni, Novembre esordisce con la solennità di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti.  E’ conosciuto come “mese dei morti” proprio per questa ricorrenza, celebrata il 2 Novembre, ma anche per le sue cupe atmosfere: la natura si assopisce profondamente, obbedendo al ciclo di morte e di rinascita che la contraddistingue; l’oscurità predomina, preparandosi a raggiungere il suo apice con il Solstizio d’Inverno. In un simile contesto di grigiore si inserisce, inaspettatamente, l’“estate di San Martino”, una serie di giornate tiepide e assolate che precedono l’11 Novembre, data della festa dedicata a Martino di Tours.

Storia

Il suo nome deriva da November, che in latino ha le sue origini in novem: nel Calendario Romano, che iniziava a Marzo, Novembre era infatti il nono mese dell’anno.

Segni zodiacali

Lo Scorpione domina la scena fino al 22 Novembre, poi è la volta del Sagittario, che viene seguito dal Capricorno il 22 Dicembre.

Ricorrenze

Novembre si apre con la solennità di Ognissanti. Il 2 viene celebrata la Commemorazione dei Defunti, l’11 la festa di San Martino, vescovo di Tours: questa ricorrenza, detta anche “festa dei cornuti” in virtù di alcune antiche usanze popolari (rileggi qui l’articolo che VALIUM le ha dedicato), coincide tradizionalmente con la degustazione del vino novello, che viene abbinato a tipici piatti autunnali.

Colore

Il colore di Novembre è il viola, intenso e mistico, perfetto per rispecchiare la suggestività di questo mese.

Pietra Preziosa

Non una, bensì due pietre sono associate al mese di Novembre: il topazio e il citrino. La prima, declinata in un’innumerevole varietà di colori, aveva il potere di allontanare gli incantesimi; la seconda, contraddistinta da una nuance di giallo a metà tra il giallo oro e il giallo limone, era una sorta di scudo contro i pensieri negativi.

 

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Il cappello della strega: le origini, la storia e la contemporaneità

 

Il cappello a punta, nero e rigorosamente a falda, rimanda da sempre a una figura ben precisa: quella della strega. Altre creature, come le fate ad esempio, indossano un cappello dalla forma conica, ma privo di falda; lo stesso vale per gli stjärngossar, i “ragazzi stella” che prendono parte alla processione svedese di Santa Lucia. Come nasce, dunque, il tipico cappello della strega? Oggi lo scopriremo insieme.

Le origini

In tempi antichissimi, tra il IX e il I secolo a.C., i ministri del culto indossavano un cappello a punta quando celebravano gli uffici divini. Questo tipo di copricapo, alto e “svettante” verso il cielo, rappresentava senza dubbio un trait-d’union tra l’uomo e le divinità. Reperti archeologici significativi in tal senso sono stati rintracciati sia in Sardegna che nell’area corrispondente all’antica Etruria: si tratta di piccole sculture in bronzo che riproducono religiosi vestiti di tutto punto e con un cappello conico in testa. Ma le preziose decorazioni che ornano i loro abiti sono tutto fuorchè trecce; le statuette rappresentano infatti degli aruspici, i sacerdoti che, nell’antica Roma, praticavano la divinazione tramite le viscere degli animali sacrificati sull’ara. Va da sé che quelle che sembrano trecce sono, in realtà, le interiora che gli aruspici utilizzavano per le preveggenze. Queste sculture, molto simili tra loro, affondano le radici in epoca nuragica ed etrusca; ad accomunarle è un dettaglio importante: il cappello a punta che sfoggiano i sacerdoti. Anche nell’antica Persia i ministri del culto indossavano un cappello a punta, nello specifico il berretto frigio, in uso a partire nientemeno che dal VI secolo a.C. Tutte le testimonianze appena descritte, ci inducono a trarre conclusioni ben precise: il copricapo conico era associato al prestigio, a un profondo senso di reverenzialità.

 

 

Il Medioevo

La situazione cambiò completamente con l’avvento del Cristianesimo. Nel Medioevo, epoca che coincide con la sua massima diffusione, la Chiesa Cattolica dovette prendere atto che, soprattutto nei villaggi e nelle aree più isolate del Sacro Romano Impero, il paganesimo rimaneva il culto a cui aderiva gran parte della popolazione. Cominciò quindi a sostituire feste, tradizioni e rituali pagani con i loro corrispettivi cristiani, ma anche ad avviare una campagna anti-pagana che snaturava e distorceva i più importanti simboli del paganesimo: le corna, ad esempio, antico emblema di forza e fecondità, vennero indissolubilmente associate al demonio. In quest’operazione di ribaltamento generale rientrò anche il cappello a punta, la cui storica autorevolezza fu soppiantata da una valenza di disonore e derisione. Prova ne è il fatto che nel 1215, durante il Concilio Lateranense, Papa Innocenzo III decretò che gli Ebrei dovessero indossare il cappello giudaico, o “pileus cornutus” (l’evoluzione del berretto frigio), per distinguersi dai cristiani. Tale imposizione, lungi dall’essere una semplice regola, cominciò ben presto ad apparire una sorta di discriminazione. Sempre nel Medioevo, tuttavia, il cappello a punta si tramutò in un accessorio di tendenza che, con il nome di hennin, tra il 1300 e il 1400 spopolò tra le dame europee. L’hennin derivava quasi certamente dal tipico copricapo delle donne mongole, che grazie a Marco Polo approdò nel Vecchio Continente. La moda dell’hennin esplose nelle Fiandre; era un cappello a cono alto circa 90 cm ornato di un velo che spesso arrivava a sfiorare il suolo. Avete presente il cappello indossato dalle fate nelle fiabe? Bene, si tratta proprio dell’hennin.

 

L’hennin di Isabella di Francia in un’opera anonima conservata nella Bibliothèque Nationale de France

In Europa veniva sfoggiato dalle donne aristocratiche, benestanti e acculturate. Ma a quei tempi, nel Regno Unito, si impose una nuova tipologia femminile: la alewife. Intorno alla metà del 1300, le vedove e tutte le donne in difficoltà economica avevano la facoltà di produrre e commercializzare birra artigianale. Le birraie gestivano le ale house, locande contraddistinte da una scopa di saggina a mò di insegna, oppure organizzavano banchetti ambulanti. Le alewife, però, non godevano di buona reputazione: a consumare birra erano più che altro gli uomini, inoltre l’alcol veniva considerato un potente afrodisiaco, una bevanda che eliminava i freni inibitori. Nell’immaginario collettivo, di conseguenza, le ale house vennero ben presto percepite come covi di stregoneria e prostituzione. E’ molto importante dire che le alewife vestivano rigorosamente di nero e indossavano un cappello (sempre nero) a punta che serviva a renderle riconoscibili: era una sorta di divisa, insomma. Ma anche il fatto che fossero vedove, ancor peggio nubili, ed economicamente autonome era mal visto: tutti elementi imperdonabili, per l’oscurantismo dell’epoca.

La caccia alle streghe

 

Era il 1484 quando Papa Innocenzo VIII, promulgando la bolla “Summis Desiderantes”, ordinò di inquisire e uccidere, dopo una serie di torture, tutte le streghe d’Europa. La caccia alle streghe raggiunse l’apice nel 1500 e perdurò fino alla metà del Settecento. Naturalmente, le alewife vennero bersagliate fin da subito. Molte di loro erano guaritrici, e utilizzavano le erbe a scopo terapeutico, ma furono accusate di servirsi dell’erboristeria per adulterare, o avvelenare, la birra che loro stesse producevano. Anche l’abbigliamento che caratterizzava le alewife venne assimilato a quello, tipico, delle streghe: gli abiti neri e il copricapo a punta entrarono a far parte dell’iconografia della perfida adoratrice del demonio, consolidandosi in particolar modo nell’età vittoriana, e forgiarono l’immagine della strega rimasta perennemente impressa nell’immaginario collettivo.

 

Francisco Goya, “Il tribunale dell’Inquisizione”, olio su tela (1812-1819 ca)

In un suo dipinto, “Il tribunale dell’Inquisizione”, Francisco Goya riprende il tema del carattere punitivo legato al cappello a punta e lo inserisce in un contesto che raffigura un processo per stregoneria: le presunte streghe, dopo la sentenza, erano tenute ad indossare un copricapo conico che fungesse da “segno di riconoscimento”. Il cappello, sul quale era scritta e disegnata la condanna, doveva renderle identificabili presso il popolo e contribuire alla loro emarginazione. In secoli più recenti, il motivo del cappello a punta come umiliazione e penitenza è riapparso sotto forma di punizione scolastica: gli alunni più svogliati esibivano il cosiddetto “cappello da asino” mentre erano in castigo dietro la lavagna.

Oggi

 

La Pop Culture contemporanea ha sdoganato la figura della strega, rendendola un’icona del nostro tempo. A questo hanno contribuito in gran parte i cartoon, i film (basti pensare a pellicole come “Ho sposato una strega” di René Clair, del 1942), i libri, le serie televisive. La strega non viene più dipinta come una creatura tenebrosa e legata al demonio; mantiene i suoi poteri magici, ma ha perso l’allure oscura. Un esempio? La strega Nocciola, all’anagrafe Nocciola Vildibranda Crapomena, che la Disney lanciò nei suoi fumetti e cartoni animati. Nocciola ha esordito nel cartoon “La notte di Halloween” del 1952; la sua unica malvagità? Prendere di mira Paperino per aiutare Qui, Quo e Qua a impossessarsi dei suoi dolcetti. Il cappello a punta rimane, ma a differenza del passato viene guardato con ironia e giocosità.

 

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